Becca non aveva dubbi: quel testimone era importante ma non riusciva a capire per quale ragione non fosse stato preso in considerazione durante le indagini precedenti, come ancora più strano era il perché quell’agenda non fosse stata usata come prova ma, dopotutto non era la prima né l’ultima cosa strana di tutta quella storia.
Il negozio di tabacchi che affacciava sulla strada era situato di fronte alla palazzina dove abitava la povera signora Luciani ed era evidente che la visuale fosse ottima per vedere cosa era accaduto quel giorno: “Signor Carnieri? Siamo della polizia, avremmo bisogno di farle alcune domande sul caso della signora Luciani, se lo ricorda? Andrea era un po’ sconvolto, certamente tutto si poteva aspettare ma non di ritornare su una vecchia testimonianza che tra l’altro non era nemmeno stata così importante, tuttavia asserì aspettando la domanda: “Noi sappiamo che all’epoca dei fatti lei vide una macchina ferma sul ciglio della strada giusto? E notò anche qualcosa nella persona che guidava, mi corregga se sbaglio”- “non sbaglia è così, notai la macchina perché era grande e sportiva ed era stranamente ferma da una decina di minuti, ma l’autista non uscì nemmeno per un secondo, quindi non sembrava si trattasse di una fermata di emergenza, poi all’improvviso partì, ed anche ad alta velocità, e dopo sentii le grida di una donna e delle persone intorno e scoprii cosa fosse accaduto ma quando uscii dal negozio l’auto era sparita, mi porterò sempre dentro il rimorso di non aver preso il numero di targa ma non potevo immaginare” e la voce si bloccò in gola: “lei non è responsabile di quello che è successo” cercò di consolarlo Becca: “la colpa è di quell’assassino che l’ha investita, piuttosto lei disse di avere notato qualcosa in lui, prima di tutto che era un uomo”- “precisamente notai un abito elegante, però mi colpì un anello che spiccava sul dito medio, era molto appariscente, con una pietra, però non so dire altro, il sole non mi faceva vedere bene”- “non si preoccupi ci ha già detto molto, grazie comunque per la sua disponibilità”.
Tornata al commissariato Becca si ritrovò sulla scrivania l’agenda di Elena: l’elenco ed i particolari dei pazienti erano molti e non sembrava semplice riuscire ad identificare tra loro la figura di un assassino, per questo cercò l’aiuto di Erika che appena chiamata entrò nel suo ufficio: “dimmi Becca ci sono novità?”- “volevo vedere se tu ci riesci a capire qualcosa, perché questa agenda mi sembra un labirinto di particolari però non riesco ad identificarne qualcuno che risalti rispetto agli altri, ho già dato i nominativi a Berti e spero di trovare qualcosa di interessante ma se tu ci vedi o ci leggi qualcosa tra le righe”- “guarda l’unica csa che noto nell’osservare queste pagine è che si sofferma molto su due persone, anche se onestamente non so se sia dovuto ad una maggiore frequenza di appuntamenti tra loro o semplicemente ad una forte attenzione nei loro riguardi”- “da qualcosa dobbiamo pur cominciare quindi magari se mi dai questi nominativi, cominceremo da loro, vedi che ho fatto bene a convocarti?”
I nomi erano Franca Torio e Alberto Simonetti, due persone molto diverse tra loro ma che spesso erano nello studio della dottoressa Luciani, almeno a quanto sembrava dai suoi appunti.
Franca Torio era un’ avvocatessa, separata e con due figli a carico, una situazione disastrata alle spalle ed un gran bisogno di parlare con qualcuno che potesse aiutarla: “Quando ho saputo della morte di Elena mi sono sentita malissimo, per me era più che una terapista, era una parte importantissima della mia vita, mi sono sentita persa” disse Franca, quasi con le lacrime agli occhi. Nella sua vita lavorativa era uno squalo del foro ma altrettanto fragile in quella privata. Era passato troppo tempo per ricordare dove si trovasse all’epoca dell’omicidio ma lei affermò di avere appreso la notizia in un bar del tribunale.
“ Non ha certo la faccia dell’assassina e poi onestamente, la adorava troppo per ucciderla” disse Erika mentre andavano verso la macchina: “ appunto, non lo penso nemmeno io, tuttavia non ha comunque un alibi per l’ora in questione, adesso tocca ad Alberto Simonetti, è un ricco imprenditore, a quest’ora si trova sicuramente nella sua azienda”. La Simonetti Agency si occupava di import export: “Sembra proprio un’azienda bene avviata” disse Becca entrando; “Allora in cosa posso esservi utile” Albero Simonetti venne loro incontro: era alto quasi due metri, ed aveva un bel fisico asciutto e due occhi chiari e luminosi: “ venite accomodatevi nel mio ufficio”; la stanza era molto grande e alle pareti aveva affissi diplomi, qualifiche e via dicendo ed anche uno stemma della famiglia: i Simonetti erano una famiglia molto importante e tutto lo dava a vedere: “Effettivamente mi colpì molto all’epoca quello che successe alla povera dottoressa Luciani” esordì Alberto con una voce quasi impostata: “io ero a lavoro come sempre e per caso accesi la televisione, la notizia della sua morte l’ho appresa così, del resto investimenti ad opera di pirati della strada hanno sempre un primo piano nella cronaca”- “lei andava spesso in terapia” disse Becca “sì, in effetti quello era un periodo difficile per me, avevo divorziato da poco e l’azienda aveva seri problemi, quindi parlarne con lei mi aiutava ad affrontare il tutto”- “ e non ci sono mai stati degli screzi tra voi?”- “assolutamente no, perché avrei dovuto avere degli screzi con lei? Era una donna meravigliosa e mi stava aiutando, non capisco”. A quelle affermazioni non era certamente preparato, sembrava cadere dalle nuvole: “ma si può sapere cosa volete da me? Mi avete chiesto troppe cose, per trattarsi solo di un incidente d’auto”- “infatti noi non pensiamo si tratti di un incidente, abbiamo ragione di credere che si sia trattato di omicidio volontario”- “ questo cambia tutto, e chi pensate abbia potuto fare questo?”- “ è quello che stiamo cercando di scoprire, nell’ultimo periodo lei come appariva? Era agitata?”- “a me sembrava uguale a sempre” l’interrogatorio non sembrava portare a nulla di importante ma poi lo sguardo di Erika venne colpito da una foto che mostrò anche a Becca: “molto belli, sono i suoi figli?” questa la domanda apparente ma dietro era evidente che stesse facendo osservare alla collega la presenza di un anello, molto prezioso, che portava al dito medio”- “sì, sono i miei bambini, i miei tesori”.
Uscirono dall’ufficio con una sola convinzione. L’assassino era lui ma bisognava dimostrarlo; “ Mi raccomando fate un’accurata ricerca su di lui, voglio sapere tutto” Becca era stata categorica, non bisognava perdere altro tempo.
Rosa era seduta sul divano e pensava a tutto quello che era successo in pochi giorni, ed al fatto che non avrebbe potuto nascondersi per sempre, prima o poi sarebbe dovuta tornare a lavoro ed affrontare tutto; la sua mente però vagava e tornava indietro nel tempo, a quando era solo una ragazzina, quelle mani avide di lei, il suo corpo buttato a terra e quell’oggetto tra le mani, era bastato un solo colpo per ucciderlo e la sua vita era cambiata per sempre ed ora un’altra persona lo sapeva; non era bastato nascondere tutto e far credere si trattasse una semplice rapina, la verità stava uscendo fuori.
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