sabato 18 giugno 2011

Presentazione

Ciao a tutti, mi chiamo Rosaria e sono un'aspirante scrittrice, adoro prima di tutto leggere: i libri per me sono un mondo parallelo dove immergersi quando si sfogliano le pagine. Tuttavia mi diletto anche a scrivere, ho cominciato fin da piccola con storie del terrore sui quaderni delle elementari. Cosa posso dire? quello che leggerete è il mio nuovo libro: 3-Il numero perfetto. Un thriller al quale darò vita volta per volta, capitolo dopo capitolo, verrà snocciolato  pian piano senza voler stancare o infastidire nessuno.
Mi piacerebbe però avere vostri giudizi, sarebbe molto importante per me. Accetto ogni genere di critica e consigli, saranno tutti bene accetti.
Se volete avere un assaggio di quello che vi aspetta date un'occhiata qui:


Ps: ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale

CAPITOLO 1


I tagli gli solcavano il viso  ed erano di una profondità inaudita, le gocce di sangue scorrevano e lo rendevano inerme, era strano ma non provava nessun dolore fisico, sembrava essere anestetizzato, forse era la pelle ad essersi abituata a ricevere colpi su colpi e a non alcun tipo di reazione umana, stava perdendo ogni tipo di legame con se stesso.

CAPITOLO 2

Il terrazzino che dava sul centro storico di Roma era diventato il suo mondo, il suo rifugio, tutto quello che la staccava dalla realtà, una realtà troppo dura da accettare dove a popolarla erano solo ricordi spezzati e infiniti di una vita che lei non aveva mai vissuto completamente, una infanzia priva di ricordi e una maturità mai arrivata; da quando Cathy era andata via il suo abisso era diventato talmente profondo da sommergerla completamente senza darle Il tempo di respirare; le sei del mattino erano però l’ora ideale per stare un po’ tranquilla con se stessa senza doversi in qualche modo confrontare con il mondo circostante che la avvolgeva: nessuno era infatti interessato al suo tavolino disposto ad ovest o al dondolo che ondeggiava come un’onda mossa dal vento; lo stress e il traffico quotidiano a quell’ora erano immobili e nulla poteva disturbarla, a parte lo squillo di un telefonino!
                                                          

CAPITOLO 3

“Commissario scusi se la abbiamo disturbata a quest’ora ma è stato trovato un cadavere in Via Tiburtina, la passiamo a prendere?” erano anni che l’agente Criari lavorava in polizia ma ancora se ne usciva con domande assolutamente fuori luogo che non meritavano nemmeno una risposta: “ok a tra poco”. La sua oretta di meditazione era stata troncata di botto, senza darle nemmeno il tempo di abituarsi all’idea che stava cominciando un’altra giornata di lavoro ma non una delle tante, una di quelle che si sa quando cominciano ma non si sa mai quando e se finiscono!
“Dottor Filieri” la sua voce si interruppe quando accanto al cadavere di un uomo sulla trentina, pieno di tagli ed escoriazioni lungo tutto il corpo, non vi trovò il solito medico legale sulla cinquantina con in bocca la sigaretta spenta ma un ragazzo giovane ed attraente con due occhi luminosi che la colpirono incrociando i suoi:
“il dottor Filieri è via per qualche tempo, adesso ci sono io a sostituirlo, piacere Paolo Morelli” non le capitava spesso di sentirsi in imbarazzo di fronte ad un uomo, dopotutto  incontrava persone diverse tutti i giorni e che fossero giovani, vecchi o meno non faceva alcuna differenza: “il soggetto ritrovato è  sulla trentina, è morto per emorragia causata da questi tagli profondi, alcuni hanno lacerato l’arteria femorale e hanno provocato quello che potete osservare anche senza il mio aiuto, la morte è avvenuta questa notte da circa tre ore, anche se sarò più preciso dopo l’autopsia, arrivederci, commissario senza nome”- “sì scusi non mi sono nemmeno presentata, mi chiamo Rebecca Rasta e grazie per le informazioni”.
“Sappiamo qualcosa sulla vittima?” domandò cercando di ritornare alla calma: “si chiama Errico Siriano, aveva con sé i documenti e i soldi, non sembrerebbe affatto un tentativo di rapina” era stato trovato riverso sulla panchina di un parco giochi e aveva dei lividi sulle braccia: “ se non fosse per i tagli si direbbe che è morto di overdose” disse Becca osservandolo: “vediamo se la scientifica trova qualcosa di interessante nella zone circostanti” non sarebbe stata una cosa semplice dal momento che  il tempo all’orizzonte minacciava pioggia e le tracce dovevano essere prese molto in fretta. Era assorta nei suoi pensieri quando una presa alle spalle la spaventò: “Cathy? Ma che ci fai tu qui? Mi hai fatto prendere un colpo”- “cosa credi? Io ho i miei informatori, allora che si sa del ragazzo, a parte nome e cognome ovviamente”- “senti il fatto che hai vissuto tre anni a casa con me e che ti conosco da quando ne avevi quindici non significa che do le notizie alla prima giornalista furba che mi si presenta davanti, capito? quando mi ritrovo di fronte ad un caso di omicidio l’affetto passa in secondo piano lo sai”- “uffà ma perché sei sempre così fiscale, e poi il mio direttore vuole schiaffare il pezzo in  prima pagina, non posso deluderlo,vabbè cercherò di torchiare Tony, da lui qualcosa uscirà di sicuro”- “senti non ti permetto di cercare di scovare notizie da un povero ragazzo indifeso”- “perdutamente innamorato di me, lo sai bene che è così, comunque ricordati che domani sera sei a cena da me, mi raccomando non fare come fai di solito”- “veramente non so se sarà possibile, capirai che con un omicidio”- “non mi interessa” disse Cathy interrompendola: “ non accetterò scuse, anzi non accetteremo scuse, ricordalo, se non vieni non ti parlerò più”- “sì sì e poi i tuoi articoli di nera come gli scrivi? Hai  bisogno di un’ amica commissario, lo sai bene”.
La vedeva allontanarsi svelta come sempre, con quei capelli neri e lunghi e  l’aspetto di una donna di venticinque anni, ma non riusciva in cuor suo ad accettarlo, se ne era presa cura come si poteva fare con una sorella e lei così si sentiva nei suoi confronti, una sorella maggiore che non accettava la sua convivenza con un uomo di dieci anni più di lei.
La pioggia non tardò ad arrivare ma aveva permesso alla scientifica di effettuare i rilievi; Becca era seduta come al solito alla sua scrivania, con le maniche della camicia arrotolata e una penna che le raccoglieva i capelli, i suoi erano gesti consueti e ritmati, si ripetevano ormai da anni meccanicamente e chi la conosceva bene non aveva  nemmeno bisogno di osservarla per sapere come stesse posizionata al posto di comando: “c’è qualche novità?” disse osservando l’agente riverso sul computer con un’aria mista tra la stanchezza e lo sconforto: “purtroppo nulla di particolare commissario, Errico era un agente assicurativo, ed abitava nella stessa via dove lo abbiamo trovato, ci sono però dei precedenti, in passato è stato fermato per qualche piccolo reato, furti di poco conto ma è ormai pulito da più di dieci anni”- “ va bene, io passo dal dottor Morelli, tu vedi se la scientifica ha scoperto qualcosa e dopo andiamo al suo appartamento”- “ah commissario, ricordi che oggi viene il nuovo ispettore”- “sì sì me lo ricordo non ti preoccupare, chiamami appena arriva”.
L’ispettore Rosa Mainati era arrivata a sostituire Riccardi, con il quale collaborava ormai da dieci anni ma che poi aveva ricevuto una promozione ed era andato via; quando glielo avevano comunicato si era sentita strana, dopotutto si era abituata a chiamarlo e sentirsi chiamata ogni qualvolta c’era un nuovo caso, e poi erano diventati qualcosa di più che due semplici colleghi che affrontavano semplici giornate di lavoro insieme, tra loro c’era un rapporto speciale che però nessuno dei due era riuscito a comprendere.
L’istituto di medicina legale le metteva sempre un po’ d’ansia, non riusciva a capire come potesse essere possibile dopo tutto quel tempo che era in polizia ma non si sentiva tranquilla quando vedeva il medico riverso su un corpo freddo e inerme su di un tavolo, con un taglio ad y sul petto, nessuno vorrebbe finire la propria vita in quel modo.
“Mi aveva detto il dottor Filieri che lei è una che va un po’ di fretta” disse Paolo quando la vide entrare: “mi spiace ma saprà anche che apprezzo molto quando i medici sono veloci e repentini come lei, vedo che l’autopsia è stata già  fatta “- “diciamo che è stata fortunata, non avevo priorità di altre persone, comunque ho un po’ di cose da dirle, gli esami tossicologici dimostrano che nel suo sangue c’era una fortissima dose di anestetico, per cui non ha sofferto nel momento in cui gli sono stati inferti i tagli ma la morte è avvenuta per emorragia”- “oltre a queste sostanze ne aveva assunte altre? Droga ad esempio?”- “no nulla del genere, i lividi sul braccio dimostrano che gli sono state fatte delle iniezioni e comunque dalle modalità si direbbe proprio che è stato ammazzato in maniera lenta e dolce, forse l’assassino non lo odiava a tal punto da volerlo vedere soffrire”- “una cosa un po’ strana, comunque nel corso degli anni ho visto talmente tante stranezze che non mi sconvolgo più di tanto”-“ inoltre ha un tatuaggio vede? A forma di tre” era piccolo e si trovava dietro l’orecchio sinistro- “capisco”- “sa sono proprio fortunato”- “perché?”- “non a tutti capita di collaborare con un commissario giovane e carino come lei, o dovrei dire te?”- “grazie per i complimenti e certo che puoi darmi del tu, anche se gli adulatori non li sopporto molto” forse l’atteggiamento intimidito che aveva avuto alla loro presentazione lo aveva indotto a pensare di poter creare un rapporto con lei, magari diverso da quello  di lavoro.

CAPITOLO 4

“Novità dalla scientifica?” Criari era abituato a ricevere questo genere di domande quando il commissario varcava la  porta, o meglio, in tempo di pace si cominciava con un “buongiorno, come va?”  ma quando ci si ritrovava di fronte ad un caso di omicidio le gentilezze e le circostanze cadevano di colpo proprio come un masso gettato in acqua:  “il rapporto è sulla sua scrivania, ah commissario l’ispettore è arrivato, la aspetta nel suo ufficio, ha avuto un tempismo perfetto, siete arrivate insieme a distanza di due minuti l’una dall’altra”- “grazie”.
Rosa Mainati era una ragazza giovane ma questo non le aveva impedito di fare carriera velocemente, dopotutto aveva le doti e l’intraprendenza giusta per crescere: alle spalle due anni trascorsi in Calabria e molti blitz, insomma su di lei, almeno per quanto riguardava l’aspetto lavorativo, non vi erano macchie. Era seduta sulla poltrona e girava i pollici con l’ansia di chi doveva affrontare il suo nuovo capo: era minuta, con i capelli lisci e biondi che le toccavano le spalle, un visino angelico che almeno all’apparenza non dimostrava la forza e l’energia che in realtà possedeva.
“Più che una poliziotta mi sembra una modella” pensava tra sé mentre la guardava riflessa nella vetrinetta del mobile disposto dietro la sua scrivania; era stata una sua idea quella di comprarlo proprio per riuscire a scorgere l’espressione del volto di chi si sarebbe presto ritrovato di fronte: era quella  reale, in nessun modo alterata dalla sua presenza; “salve ispettore, è un piacere averla nel nostro commissariato, ho sentito parlare molto bene di lei” quella voce squillante ed improvvisa la fece sobbalzare dalla sedia di ciliegio sulla quale era nervosamente seduta: “mi scusi non volevo  spaventarla”- “assolutamente, mi scusi, è solo che ero sovrappensiero, per me è un onore lavorare con lei, è un mito per me, ha scovato talmente tanti criminali e serial killer che so di poter solo imparare dalla sua bravura”- “adesso non esageri e ti prego dammi del tu, so che sei molto giovane, ma perfavore non farmi sentire vecchia, sei stata informata sul caso che stiamo seguendo?”-  “sì e sono pronta a mettermi al lavoro”- “perfetto allora andiamo all’appartamento della vittima, magari scopriremo qualcosa di interessante”.
“ La scientifica cosa dice?” disse Rosa mentre erano in auto: “non sono state trovate tracce, impronte e nemmeno l’arma con la quale sono stati inferti i tagli, tuttavia il corpo è stato trascinato post mortem sulla panchina anche se non vi sono impronte di scarpe che lo abbiano condotto lì”- “con elementi come questi, cadrebbe l’ipotesi di una colluttazione o di un assassino inesperto”- “effettivamente non ci vedo nulla di casuale in questo omicidio, dopotutto anche la vittima qualcosa da nascondere del suo passato ce l’aveva, i suoi precedenti dimostrano che non è stato proprio uno stinco di santo, eccoci siamo arrivati”.
Il palazzo dove abitava Errico Siriano era composto da cinque piani e, almeno daa quanto si diceva in giro, era popolato da persone per bene, onesti lavoratori che portavano ogni sera a casa ciò che gli bastava per vivere; la portiera, una vecchia signora dallo sguardo dolce era rimasta sconvolta quando aveva saputo dell’omicidio: “era tanto una persona per bene, abitava da solo e a parte il lavoro,  non usciva quasi mai”- “quindi non c’era nessuno che lo venisse a trovare?”- “che io ricordi no”- “e saprebbe dirci se aveva un’auto?”- “aveva una macchina bianca prima ma ormai era quasi un mese che camminava solo a piedi o con i mezzi, diceva che le auto  facevano solo spendere soldi”.
Il duplicato delle sue chiavi che  custodiva, tuttavia, furono molto utili ed evitarono l’entrata di forza che Becca odiava. Il suo appartamento non aveva nulla di particolare, era composto da un piccolo ingresso, piano cottura, camera da letto e bagno: non era una reggia ma di sicuro bastava per un uomo single: “cerchiamo dappertutto, magari spunta qualcosa di interessante”- “tutto lascia pensare che abbia chiuso casa per andare a lavoro come ogni mattina, c’è ancora la tazzina di caffè nel lavabo e nulla lascia credere a qualcosa di diverso, il letto è stato rifatto” disse l’ispettore: “l’unica cosa che salta agli occhi è che non è proprio un tipo ordinato, raccogliamo tutto quello che può servirci, aspettate però qualcosa di strano c’è: non vi sono foto, né esposte e nemmeno conservate” continuò Becca  “che abbia tagliato definitivamente i ponti col passato è evidente però mi sembra strano che non conservi nulla dei propri cari, non c’è nemmeno un cellulare e non lo abbiamo trovato  sul luogo del delitto, un agente assicurativo avrà dei clienti e oggi come oggi non avere un telefonino sembra assurdo, vedete se almeno trovate un’agenda o qualcosa del genere”- “commissario  guardi qui” un bigliettino arrotolato nel cestino delle carte attirò l’attenzione, c’era scritto: “Bar dei Fiori ore 21:00”- “forse questa è l’ultima persona che ha incontrato prima di morire, sperando che quel bigliettino si riferisca a ieri, voi continuate a cercare, Mainati noi andiamo al bar”.
Il Bar dei Fiori non era molto distante da Via Tiburtina e sembrava essere un posto carino, ben frequentato, nulla lo distingueva dai soliti luoghi di ritrovo della periferia romana. La foto ricavata dalla carta d’identità di Errico Siriano non era certamente delle migliori ma dopotutto non erano riusciti a trovare altro che lo riguardasse: “cosa posso servirle belle signore?” esordì il barista, un ragazzino che poteva avere  sedici anni, alto ed ossuto che si poneva in maniera sicura e  dongiovannesca , ma  invece delle solite risposte che riceveva, davanti ai suoi occhi si ritrovò un bel tesserino della polizia, che aveva  poco di amichevole: “tu eri di turno ieri sera? più o meno a quest’ora?” a Becca i finti simpatici piacevano poco e non aveva problemi a darlo a vedere: “sì, io lavoro qui tutte le sere, ma sa solo per pagarmi gli studi”- “guarda che non siamo venute per verificare la regolarità del tuo posto di lavoro, vogliamo solo sapere se hai visto quest’uomo e se era con qualcuno” il ragazzo abbassò gli occhi sull’immagine un po’ sbiadita che appariva ai suoi occhi e fece uno sguardo assorto, di uno che cerca di fare mente locale e che sa bene quanto possa essere importante rispondere affermativamente: “ sì, questo è il signor Errico, viene sempre qui ma perché cosa gli è successo?”- “è stato ucciso ma non è questo ciò che ti ho chiesto, sappiamo che aveva un appuntamento alle 21:00 con qualcuno in questo bar, tu lo hai visto o no?” la sicurezza che aveva precedentemente dimostrato, sembrava cominciare a tentennare ma poi lentamente rispose: “sì, effettivamente l’ho visto arrivare, stava aspettando al tavolo qualcuno, ed infatti ci ha messo  un po’ prima di ordinare, poi è arrivato un ragazzo, un tipo  strano, magro e trasandato, mi ha colpito perché non lo avevo mai visto con lui, dopotutto è, anzi era un tipo così elegante, e anche quelli che frequentava lo erano, io a questo non lo avevo mai visto”- “sapresti fare una sua descrizione dettagliata?” – “sì, credo di sì”- “bene allora vieni con noi in commissariato” disse Becca con un tono un tantino autoritario: “ma signora vede io sto lavorando, mi pagano ad ore e non mi posso allontanare”- “facciamo così” lo interruppe l’ispettore Mainati che fino a quel momento era stata in silenzio: “se tu me lo descrivi per bene potrei farlo io l’identikit, sono abbastanza brava a disegnare”.
“Hai tante qualità nascoste”- disse Becca mentre tornavano al commissariato: “mi diletto solo a fare ritratti, ecco tutto” era una dote che aveva ereditato dal padre, quanti giorni aveva trascorso insieme a lui nel suo studio, prima che accadesse la tragedia.

CAPITOLO 5

L’immagine inserita nel database continuava a cercare una corrispondenza per verificare a chi appartenessero quei tratti: fu lo stesso ispettore Mainati ad interessarsene, come faceva sempre in casi di omicidio, per lei non esistevano differenze di grado, tutti dal primo all’ultimo dovevavo fare ciò che era nelle proprie possibilità per trovare l’assassino; inoltre, più ore passavano e più c’era la possibilità per lui di scappare e riuscire a farla franca.
“Novità dai vicini della vittima?” disse Becca ai due agenti appena tornati dal sopralluogo: “no, qualcuno di loro lo ha visto uscire per andare a lavoro, come faceva ogni mattima ma nessuno lo ha visto rientrare, insomma siamo nuovamente in un vicolo cieco, però abbiamo inviato la richiesta per ricevere i tabulati telefonici” Criari era diventato molto bravo nel suo lavoro e a parte qualche parentesi dimostrava di essere all’altezza della fiducia che Becca gli dimostrava in ogni occasione utile.
“Commissario”- “Becca vorrai dire, che hai trovato?”- “sì scusa Becca, ho finalmente trovato una corrispondenza tra l’identikit e le foto segnaletiche, come potrai vedere si tratta di Guido Alfieri, è  già noto alle forze dell’ordine per spaccio e detenzione illegale di armi, è libero da circa sei mesi, questo vuol dire che avrebbe potuto tranquillamente commettere l’omicidio; inoltre risulta lavorare in un pub, poco distante da Via Tiburtina, potremmo andare a dare un’occhiata”- “ottimo lavoro, andiamo a verificare se ha qualcosa da dirci, Berti tu vieni con noi”. Per Rosa era molto piacevole sentirsi elogiare per il lavoro svolto, soprattutto se questi complimenti arrivavano da una persona che lei ammirava molto e sulla quale si era anche documentata; era una sua abitudine prima di cominciare a lavorare in un nuovo commissariato conoscere bene chi ne tenesse le redini.
I lavoranti in quel pub di terza categoria sia che servissero ai tavoli o che smistassero i cibi dietro al bancone o in cucina, avevano quasi tutti lo stesso aspetto: rozzo e di gente che di conti aperti con la giustizia ne aveva molti; Becca e Rosa dal canto loro, avevano la cosiddetta faccia da sbirro e persone come quelle sapevano sentirne l’odore anche a chilometri di distanza, inoltre continuavano ad osservarli per cercare tra loro l’interessato; un piccolo segno al braccio da parte di Rosa le fece subito capire dove fosse ma anche lui se ne accorse e cercò di scappare senza dare troppo nell’occhio: “fermo polizia” gridava Rosa con la pistola in pugno, entrata nella cucina e correndo quanto più poteva per riuscire a prenderlo; mentre correva Guido inciampò in un battente aperto all’improvviso e cadde a terra: “dove pensavi di andare” disse Rosa bloccandolo e mettendoli le manette; portare in commissariato i classici tipi che volevano fare i furbi era per lei una soddisfazione indescrivibile.
“Allora, vuoi spiegarci perché sei scappato se non avevi niente da nascondere?” Becca cercava di intimidirlo per farlo confessare ma lui sembrava rigido come il marmo: “io non ho fatto nulla ma ho sentito in televisione la notizia della sua morte e allora ho subito capito che volevate incastrarmi”- “forse non hai usato il termine giusto, noi volevamo solo interrogarti per sapere cosa ci facevi ieri sera al bar con lui, non mi sembra tanto strano dal momento che potresti essere stato l’ultimo a vederlo vivo”- “lo so quello che pensate di un tossico come me, che l’ho ucciso per soldi magari o per qualche altra ragione ma non è così- “allora dicci come è andata” intervenne Rosa ”io ho chiesto a Errico di vederci, gli ho lasciato un biglietto sotto la porta senza dirgli chi fossi altrimenti non sarebbe venuto”- “e perché?”- “prima Errico era un tossico come me, insieme facevamo dei furti, cose di questo genere per trovare i soldi, poi io sono andato più sul pesante, e ho preso una pistola, facendo delle rapine avremmo guadagnato di più ma lui non accettò e così decise di smetterla sia con me che con la droga, si ricoverò in una clinica, e da allora non ci siamo più visti”- “e poi cosa è successo? Perché ieri vi siete incontrati?”- “perché avevo bisogno di soldi, lui adesso stava bene economicamente e così gli ho chiesto di aiutarmi”- “e lui?” Becca cominciava a perdere la pazienza:” lui mi ha dato quello che aveva, duecento euro e mi ha detto di andarmene per sempre dalla sua vita”- “ e tu, hai pensato bene di seguirlo e di ammazzarlo, forse erano troppo pochi duecento euro”- “no io non l’ho ucciso, dopo sono andato al pub, avevo il turno di sera, potete chiedere a chi volete”- “verificheremo non ti preoccupare , ora vai ma guai a te se lasci la città, potresti servirci ancora”.
“ Secondo te dice la verità?” Rosa era molto titubante dopo averlo ascoltato- “non lo so ma più di verificare il suo alibi non possiamo, dopotutto il suo racconto dei fatti sembra coincidere con quello del barista, l’unica cosa che possiamo fare è continuare a cercare qualcuno che abbia avuto un motivo per ammazzarlo anche se sembra proprio un uomo perfetto che ha eliminato tutto il marcio che aveva intorno e dentro se stesso, ti va di andare a bere qualcosa?” essere circondata sempre da persone di sesso maschile era per Becca sinonimo di normalità ma anche di gran solitudine; dopotutto trascorrendo quasi tutto il giorno in ufficio la sera non aveva certo la voglia e soprattutto la forza di uscire a conoscere nuove persone, così in Rosa aveva trovato una possibile collega-amica e lo stesso era per lei. “Certo che mi va, se mi accompagni vado a prendere la borsa” il suo ufficio era un po’ più piccolo di quello di Becca ma aveva tutto ciò che poteva servirle per starci in maniera confortevole, una foto sulla scrivania però attirò la sua attenzione: “come stai bene in questa foto, sei con tuo padre? “- “sì è mio padre, eccomi sono pronta possiamo andare” era chiaro che avesse voluto evitare l’argomento e Becca non insistette, anche lei dopotutto odiava avere domande sulla sua vita privata, per cui cominciava a trovare delle vere e propie affinità tra loro.
“Carino qui” disse Rosa osservando il locale dove siedevano, un posto dove si riversava quasi tutto il commissariato per bere una birra dopo aver finito il servizio e dove si potevano scambiare due chiacchiere nonostante non si staccasse completamente dal lavoro: “ci vengo spesso a riordinare le idee, soprattutto quando mi trovo di fronte ad un caso difficile da risolvere”- “e questo lo è di sicuro”-“già, non riesco a capire cosa possa avere da nascondere un uomo come quello, è vero che il passato torna sempre ma credo che questo omicidio abbia ben poco a che fare con la malavita”- “dalla tipologia sembrerebbe quasi un delitto passionale, forse si tratta di qualche ragazza respinta o di una ex ragazza con la quale si è lasciato male, tutto è possibile”- “certo ci ho pensato anche io, soprattutto perché la vittima è stata anestetizzata, quindi non ha sentito alcun dolore fisico, è stato come morire in sala operatoria durante un intervento, c’è un briciolo di bontà nell’assassino”-“e sì un briciolo di bontà, anche se questa parola sembra essere fuori luogo rispetto al contesto” –“domani andremo all’agenzia dove lavorava, sicuramente qualcosa fuori uscirà, e se c’era qualche segreto apparirà chiaramente ai nostri occhi come una macchia d’olio sull’acqua” quel paragone lo usava spesso ma le serviva per rendere bene l’idea che coltivava nella sua mente e chi la conosceva lo sapeva, anche Rosa avrebbe imparato a conoscerla bene.

CAPITOLO 6

L’agenzia assicurativa Sorex era molto nota nella città per l’alto numero di clienti che calcolava di media ogni anno e che la metteva tra i primi posti nelle statistiche: “Sì Errico Siriano lavorava sotto la mia supervisione, era un tipo in gamba e riusciva a contattare persone di vario genere e farle diventare nostri clienti in un batter d’occhio, nessuno era come lui, ci mancherà oltre che come persona anche ai fini aziendali” disse il Dott Maini, un uomo sulla cinquantina dal capello brizzolato e dall’atteggiamento distinto: “quindi l’ultima volta che l’ha visto non le sembrava agitato o preoccupato per qualcosa? Domandò Rosa: “onestamente un po’ strano lo era ma ormai da qualche settimana, ossia in campo lavorativo era sempre il massimo, però quando gli si chiedeva qualcosa sembrava agitato e non dava molta attenzione ai discorsi”.
“Non che a lui interessasse molto” commentò Rosa rivolgendosi a Becca mentre si allontanavano dal suo ufficio “onestamente non mi meraviglio più di tanto perché in campo lavorativo i rapporti umani spesso vengono sottovalutati e messi in secondo piano molto facilmente, ragazzi voi chiedete ancora in giro mentre noi diamo un’occhiata alla sua scrivania”: non c’erano infatti uffici, a parte quello del boss, vi era una miriade di scrivanie all’americana con tutto il necessario: telefono, computer e documenti vari, ovviamente bisognava refertare tutto, perché tutto poteva essere considerato importante: “anche il suo mondo lavorativo era disordinato almeno tanto quanto la sua casa, comunque ritiriamo tutto, soprattutto il pc portatile, mi sembrava strano che non ne possedesse uno, di sicuro qua dentro ci sarà  qualcosa di interessante”-“ i suoi colleghi dicono le stesse cose del capo: tipo tranquillo ma nelle ultime settimane era un po’ strano ed agitato, nulla di più”- “vabbè noi ci avviamo al commissariato con il computer, voi refertate il resto”.
“Commissario” disse Berti non appena la vide entrare: “nel vostro ufficio ci sono i signori Siriano, chiedono di lei”- “e così dei parenti li aveva” pensava tra sé mentre si avvicinava all’ufficio: “ siamo venuti qui per sapere quando ci verrà riconsegnato il corpo” a parlare era stato un uomo sulla sessantina, di bell’aspetto ma dall’atteggiamento arrogante ed enormemente presuntuoso: “prima di tutto buongiorno e poi la salma sarà riconsegnata al più presto ma capirà che dal momento che siete qui, potreste anche aspettare un secondo e rispondere a qualche domanda, ad esempio come mai vi siate fatti vivi soltanto adesso”- “lui ci aveva escluso dalla sua vita da quando ha compiuto diciotto anni, se ne è andato via ed è andato a vivere da solo, ci odiava” disse la madre con la voce del pianto, anche lei aveva un bel viso, uno di quelli che ispirano tranquillità e fiducia: “si calmi adesso signora, Criari porti un bicchiere d’acqua perfavore, spiegatemi con calma cosa è successo: “non c’è molto da dire” continuò il padre: “la nostra è una famiglia che da generazioni si occupa di edilizia, siamo costruttori e mio nonno ha creato un’attività che ha dato i suoi frutti e che mio figlio avrebbe potuto continuare a far fruttare ma lui ha preferito abbandonarci e diventare agente assicurativo, come se quello che avevamo fosse irrispettoso per la sua etica, quando venne arrestato la prima volta cercai di aiutarlo e chiamai uno dei migliori avvocati in circolazione ma lui per aggravare la sua situazione, picchiò un agente carcerario e così aumentò la sua pena e mi chiese espressamente di farmi da parte perché altrimenti la avrebbe peggiorata ancora di più, mi ripeteva sempre che i soldi non compravano la felicità e cercava di farmelo capire in tutti i modi” per un attimo quel suo viso burbero si era sciolto e sembrava semplicemente quello di un padre disperato per la morte inattesa del proprio figlio.
“Non esiste quindi un episodio determinante che abbia creato questo distacco?”- “no, assolutamente” continuò la madre: “quando era piccolo era legatissimo a noi, cercavamo di dargli tutto il possibile per renderlo felice, però poi nell’età dell’adolescenza si è staccato, si è creato un suo mondo, dove non voleva assolutamente che noi entrassimo, si è cominciato dalla sua stanza per poi arrivare a lui, da quando è andato via per noi è stato un vero inferno e poi quando abbiamo sentito la notizia in televisione non ci potevamo credere, era assurdo ma chi l’ha ammazzato?”- “che domande fai Elsa, sarà stato sicuramente qualche suo amico delinquente, lui quelli frequentava”- “no, mi dispiace deluderla signor Siriano ma suo figlio era ormai pulito da tempo e certa gente non la frequentava più”- “bene noi comunque adesso possiamo andare?”- “certo, appena ci saranno novità, vi informeremo e mi raccomando fatevi forza”.
“Non mi stupisce che se ne sia scappato da un padre così” Criari intervenne con un certo impeto: “sì ma a volte le persone così fredde all’apparenza sono molto più dolci di quanto si possa pensare, solo che si tratta di un padre ferito nel suo orgoglio, dopotutto il figlio ha lasciato lui e i suoi soldi per farcela da solo, non tutti lo capiscono”; “commissario, sono arrivati i tabulati telefonici, a parte qualche telefonata a colleghi ce ne sono alcune ricevute  da una cabina telefonica, ci stiamo muovendo per capire dove si trovi”- “perfetto Berti, ottimo lavoro, quindi il povero Errico si sentiva con l’assassino da un po’ di tempo, non penso siano telefonate di cortesia, se provengono da una cabina, al giorno d’oggi mi sembra strano non avere telefono fisso o cellulare”.
“Ah dimenticavo, ha chiamato la pasticceria Sorriso, le ricordava di andare a ritirare il dolce entro le sette di stasera”- “va bene, non ti preoccupare me ne ricorderò” e sì per un po’ aveva dimenticato che quella sera avrebbe dovuto incontrarsi con Cathy, la aspettavano per la cena, la prima cena alla quale aveva accettato di partecipare nonostante ormai da quasi sei mesi le veniva proposto l’invito.
“Rosa ci sono novità col pc?” disse entrando nel suo ufficio: “ancora niente la password è difficile da decifrare ma dopotutto dovevamo aspettarcelo, lasciare un computer in ufficio presuppone che sia un po’ come una cassaforte”- “e già hai proprio ragione, sai che da quando ci sei tu mi sento come alleggerita, dopotutto ci dividiamo equamente il lavoro e poi sei un tipo proprio in gamba te lo devo dire”- “grazie detto da te è un complimento notevole, so bene che non elargisci facilmente frasi carine”- “e cos’altro si dice di me? Sono curiosa”-  “nulla di male, anzi ti riempiono di complimenti sul tuo modo di lavorare e di risolvere i casi, una vera maestra”- “ e vabbè facciamo finta di crederci anche se so che di me dicono anche altro, ad esempio che sono una rompiscatole e una troppo esigente, e questo devo purtroppo riconoscerlo”- “credimi anche io lo sarei al posto tuo, non si può essere troppo gentili e dolci quando ci si trova di fronte ad efferati omicidi e sappiamo bene che tu te ne sei trovata di fronte tanti”- “mi lusinga essere considerata così da te, comunque tornando a noi speriamo di riuscire a trovare presto questa password, non abbiamo molto tempo a nostra disposizione”- “già e poi l’assassino potrebbe anche essere lontano a quest’ora, speriamo di riuscire a scovarlo e farlo marcire in galera, persone così non meritano di farla franca” sembrava strano ma era come se lei, nel pronunciare quelle parole si sentisse coinvolta in prima persona e questo a Becca non sfuggì.

CAPITOLO 7

“Dio s’è fatto tardi, senti Rosa facciamo così io devo assolutamente andare però ho il cellulare con me, qualsiasi cosa non esitare a chiamarmi”- “vai tranquilla non ti preoccupare,  penso che passerò la nottata a cercare questa maledetta password, buona serata” e sì sarebbe stata proprio una buonissima serata, trascorsa in un contesto che avrebbe volentieri evitato; le sembrava ancora di sentire nelle orecchie la voce di Cathy che le annunciava la sua decisione di andare a vivere con Luca, una ragazzina ancora ingenua e piccola che decideva di convivere; a nulla erano serviti i suoi tentativi di dissuaderla, quando si metteva in testa una cosa non c’era verso di farle cambiare idea: “io lo amo e sono sicura che questa sia la scelta più bella della mia vita, non ti preoccupare non ti deluderò” le aveva detto prima di lasciare casa sua e lei sperava  che non se ne sarebbe mai pentita.
Non era mai andata per più di cinque minuti in quella casa, a parte per portarle qualcosa che aveva dimenticato nel suo appartamento, non ci voleva avere nulla a che fare con lui anche perché le notizie che aveva scoperto sul suo conto non le piacevano per niente: a diciotto anni era stato fermato in macchina con altri amici in possesso di cocaina, loro avevano detto che era per uso personale e verificato che si trattasse della verità, erano stati rilasciati; apparteneva ad una famiglia molto facoltosa e per suo padre non era stato difficile farlo scagionare da ogni accusa, così la sua fedina penale era tornata ad essere miracolosamente immacolata, come spesso accade in casi del genere ma questo a Becca non bastava, poteva trattarsi di uno spacciatore o comunque di un accanito consumatore di sostanze stupefacenti, di sicuro non era la persona più adatta per stare accanto alla sua piccola Cathy.
Il palazzo dove avevano preso casa si trovava in una delle zone bene di Roma e anche l’appartamento lasciava trasparire una certa ricchezza sia nella struttura che nell’arredamento, aveva pensato a tutto lui, lei aveva soltanto dovuto portare le sue cose e   trasferirsi, nulla di più e mentre questo per Becca era impensabile trattandosi di una donna che teneva tantissimo alla sua indipendenza e al suo orgoglio e che non si sarebbe mai fatta regalare nulla da un uomo, per Cathy si era trattato di un sogno, aveva finalmente trovato il principe azzurro delle favole: bello ricco, intelligente e soprattutto innamorato perdutamente di lei.
“Che bello vederti, sono felice che ce l’abbia fatta a venire”- “lo sai che quando ti faccio una promessa cerco di fare di tutto per non deluderti” disse Becca porgendole la confezione con il dolce: “dai ma non dovevi, grazie sono sicura che mi hai preso il tiramisù, lo sai che è il mio preferito, vero amore?” alzò la voce per ricevere l’assenso di Luca che intanto sembrava essere assorto a fare chissà cosa nella cucina: “sì certo che lo so, come potrei non conoscere i gusti del mio amore, ciao Becca come va? È da molto tempo che non ci vediamo”- “eh sì infatti, comunque tutto bene grazie”- “bene adesso andiamo di là, altrimenti la mia lasagna si fa una schifezza”disse Cathy cercando di smorzare i toni che erano come sempre molto tesi.
“E’ buonissima questa lasagna, sei diventata una cuoca provetta”- “grazie sei gentilissima effettivamente da quando sono qui sono diventata una mogliettina perfetta anche se a volte è faticoso dividersi tra giornale e casa ma cerco di fare del mio meglio e anche Luca pare darmi ragione, vero amore?”- “sei una ragazza stupenda e non c’è nemmeno bisogno che te lo dica e sei anche una giornalista meravigliosa, al giornale ti adorano tutti e io muoio dalla gelosia”- “ma che gelosia, non ce n’è proprio bisogno lo sai che amo solo te, comunque fino a prova contraria il grande fotografo che sta per esporre a Londra sei tu mica io”- “ah sul serio? Farai una mostra a Londra?”- “veramente è solo una proposta e poi devo ancora valutarla, io sono solo un fotoreporter e adoro il mio lavoro perché è grazie a questo che ho incontrato Cathy però non so se sia una buona occasione restare un mese a Londra per esporre le foto, è troppo tempo”- “però è una occasione imperdibile e lo sai bene e poi vedi lui ha solo paura che io soffra la solitudine e inoltre non ce la fa a stare senza di me, ma quando ci siamo messi insieme ci siamo detti che il lavoro è importante per entrambi e se ci porta a fare qualche sacrificio pazienza!”-“sei diventata molto saggia lo sai?” Becca era  orgogliosa di Cathy e nonostante la sua diffidenza, si rendeva conto dell’amore che li univa e sperava soltanto che lui non la facesse soffrire.
“Tu invece che mi racconti? A parte il lavoro ci sono novità?”- “nessuna novità in particolare, tutto è rimasto invariato”- “dai non posso credere che una bella donna come te non abbia qualche ammiratore segreto” intervenne Luca “e invece è proprio così, non è che tutti stiano a guardare me, dopotutto Roma è una città grande e inoltre non sono la tipa adatta  a fare vita mondana”- “ e tu non fare il cascamorto con Becca mi raccomando che ti tengo d’occhio”- “lui sa bene che deve fare il bravo con te, non sei l’unica a tenerlo d’occhio” erano parole dette con falsa ironia, dopotutto anche se ci provava con tutte le sue forze, bastava poco per far affiorare l’antipatia che nutriva nei suoi confronti.
“Bene adesso che ti ho fatto mangiare anche il dolce in santa pace, potrei farti qualche piccola domandina?”- “lo sapevo che c’era la fregatura, sei stata troppo a lungo senza farmi domande sul caso e poi il tuo essere giornalista ce l’hai dentro, non riesci a non farlo uscire”- “e dai dopotutto non mi sembra ti costi molto dire qualche piccola notizia a me piuttosto che a qualche altro giornalista impiccione che ronza intorno al commissariato”- “veramente non sono io ad occuparmi della stampa e poi non c’è molto da dire, a parte che l’arma del delitto è un coltello, forse potresti mettere questo nel tuo articolo, magari ti può interessare”- “ma non è una notizia da prima pagina, possibile che non avete scoperto ancora nulla di interessante?”- “era una persona normale come tante altre non aveva chissà quali misteri”- “stai sbagliando, aveva un passato un pochino intricato mi sembra”- “ e queste cose chi te le avrebbe raccontate?”- “ma insomma sempre le stesse domande, lo sai che ho le mie fonti, allora a quanto ho capito era un semplice agente assicurativo che lavorava in un’azienda come tante e faceva buoni affari, non è possibile però che una persona così normale venga uccisa a sangue freddo e senza una buona ragione, capirai che c’è qualcosa di molto strano in questo”-“lo so ma non sono certamente io ad averlo ucciso e poi mi sembra che stiamo facendo delle indagini proprio per arrivare a capire cosa nascondesse di così grave per essere ammazzato”- “dai Cathy ora smettila di rompere le scatole, se poteva dirti qualcosa lo avrebbe fatto non trovi?”- “ah bene adesso vi siete anche alleati, ok allora smetterò di fare domande e vado in cucina a preparare il caffè”.
“Sono contento che tu sia venuta, Cathy ci teneva moltissimo a farti vedere la sua nuova vita”- “lo so è per questo che ho accettato il suo invito”- “so bene quanto sia difficile per te, so cosa pensi di me”- “ora non è importante quello che penso e onestamente non credo nemmeno sia importante il passato, ho visto come la guardi e non credo di sbagliarmi nel dire che la ami molto perciò smetterò di essere legata a quello che hai combinato tempo fa anche se sai bene che se sbagli di nuovo dovrai vedertela con me e non sto scherzando” ad interromperla fu però lo squillo del suo telefonino: “pronto, sì arrivo subito”- “che succede?”- “Cathy mi spiace ma devo andare via, ti chiamo va bene?”- “e va bene, non ti chiedo nemmeno cosa succede tanto so che dovrò scoprirlo da sola, grazie di essere venuta, ti voglio bene”- “anche io non immagini quanto”.

CAPITOLO 8

“Allora che novità ci sono?” disse Becca che si era letteralmente scaraventata in commissariato: “una soltanto ma credo proprio che ti farà piacere scoprirla: ho trovato la password, non è stato semplicissimo ma abbiamo qui davanti agli occhi il pc della nostra vittima, in ogni sua piccola parte, ho recuperato anche molte cose che erano state cancellate”-“complimenti Rosa sapevo che ci saresti riuscita, sei una grande, allora vediamo cosa c’è di interessante”- “se ci limitiamo  alle sue cartelle, a parte quelle che usava in ufficio non ci sono elementi compromettenti però possiamo dare un’occhiata alla sua posta elettronica, solitamente è lì che si trovano cose molto interessanti, allora vediamo un po’  mail di clienti, polizze assicurative, messaggi augurali e, aspetta un attimo questa qui mi sembra proprio”- “una  mail di minaccia: la smetterai di truffare, adesso hai superato ogni limite, e poi ce n’è un’altra: ci vediamo stasera alle dieci al solito posto, la data è quella dell’omicidio, allora c’era un’altra persona che l’ha visto vivo quella sera; cerchiamo assolutamente di rintracciare questo indirizzo anonimo, Rosa hai fatto un ottimo lavoro, tu intanto cerca di trovare qualcos’altro di interessante sul suo computer, magari capiremo a cosa si riferiva”- “Commissario, abbiamo scoperto da dove provenivano le telefonate, è una cabina vicino ai giardini pubblici dove abbiamo trovato il cadavere”- “forse la persona che lo minacciava è lo stesso che lo ha ucciso, magari si sono incontrati e lui lo ha ammazzato, anche se dobbiamo capire bene le modalità; verifica gli intestatari delle polizze probabilmente la truffa è in una di quelle”- “sì è molto probabile”.
Le ore passavano  e arrivarono velocemente le sette del mattino; “Commissario”- “sì dimmi Rosa, hai trovato qualcosa di interessante?”- “credo proprio di sì, vi sono molte polizze intestate a persone con precedenti, molte di loro non avrebbero potuto avere più una assicurazione intestata”- “cioè mi stai dicendo che Errico creava polizze assicurative false? e ovviamente si faceva pagare profumatamente dai suoi clienti”- “sembra proprio di sì,  inoltre era difficile scoprirlo, lui aveva i mezzi per falsificarle alla perfezione ma forse qualcuno ha individuato i suoi  guadagni extra e ha deciso di alzare la testa e svuotargli un po’ le tasche”- “ecco perché era il migliore del suo ufficio, la scaltrezza lo distingueva dagli altri”- “sì ma mi sembra strano che il suo capo non se ne sia mai accorto”- “chissà, in questa storia è tutto così strano, ma appena scopriremo a chi è intestato l’indirizzo e mail, tutto diverrà chiaro per forza”; “Abbiamo scoperto dove si trova il computer dal quale è partita la mail” disse Berti entrando trafelato in ufficio: “è uno di quelli dell’ufficio di Siriano e appartiene ad uno dei suoi colleghi”- “ottimo lavoro allora andiamo subito”.
La targhetta della scrivania identificativa portava il nome di Nicola Tauri,  ma nessuno occupava il suo posto: “come mai non è in ufficio?” chiese Becca ad uno dei suoi colleghi: “che io sappia è da ieri che manca”- “commissario abbiamo controllato, ha preso una settimana di ferie ed ha portato via con sé il computer”- “ovvio che sospettava lo avremmo trovato e ha pensato bene di tagliare la corda, Berti tu procurati l’indirizzo e cercalo nel suo appartamento anche se dubito vivamente che stia lì ad aspettarci, ha avuto tutto il tempo per scappare”- “forse io so dove è endato” una donna esile e riccia si alzò dalla sua postazione e si rivolse a Becca: “mi chiamo Raffaella Forzati, spesso Nicola mi parlava di una zia dalla quale fuggiva ogni qualvolta le cose non andavabo bene, forse è andato da lei anche questa volta”- “grazie ci è stata di grande aiuto, ci dia l’indirizzo”.
“Comodo avere una zia che abita a Ladispoli” disse Criari con atteggiamento ironico: “già ed è ben noto che le zie ti accolgono sempre soprattutto quando hai dei problemi, inoltre sono quelle che di solito non fanno domande”; la villetta che apparve davanti ai loro occhi era disposta su due piani, con un ampio giardino antistante e circondato da una staccionata alta ma alquanto malridotta; “signora, apra la porta” il campanello non sembrava funzionare per cui chiamarla era l’unica soluzione: “buongiorno, chi siete?” ad aprire la porta era stata una donna sui sessantacinque anni dai capelli raccolti sulla nuca con una retina di quelle usate spesso in passato: “siamo della polizia, io sono il commissario Rasta e lei è l’ispettrice Mainati, possiamo entrare?”- “sì certo scusate ma vede mi sono un po’ spaventata, di solito nessuno viene a trovarmi, sono sempre sola”- “capisco, però se non sbaglio lei ha un nipote che si chiama Nicola e che,  da quanto sappiamo, viene spesso a trovarla” esordì Rosa “sì a volte non nego che viene da me ma è da parecchio tempo che non lo vedo”- “però lo sente o no?”- “scusate ma non capisco tutte queste domande cosa significano, se ho detto che non lo vedo da tempo dovete credermi, non sto mica dicendo bugie” quasi a contraddirla però fu un rumore di assi di legno proveniente dal piano superiore, Becca fece un cenno a Berti per andare a controllare senza farsi vedere dalla donna “non ci fraintendi signora noi vogliamo solo parlare con suo nipote, non c’è nulla di particolare, abbiamo solo delle domande da fargli”- “commissario guardi chi abbiamo trovato ”.
“Non sei molto furbo lo sai?” esordì Becca guardandolo negli occhi; Nicola era un ragazzo sulla trentina con occhi e capelli biondi, aveva lo sguardo luminoso ma anche spaventato: “io non ho fatto nulla, non si può venire a fare visita ad una zia? Cosa c’è di male?”- “c’è di male che è stato ucciso un tuo collega, e tu per caso sparisci, proprio quando hai capito che saremmo potuti giungere a te, attraverso le tue mail, perché te lo devo proprio dire, non sei stato molto bravo nel renderti anonimo” Rosa cercava di stuzzicarlo per spingerlo a parlare: “ e va bene lo ammetto quelle mail le ho scritte io però non c’entro nulla con la sua morte”- “ e allora come mai avevi appuntamento con lui al solito posto quella sera? “- “io avevo bisogno di soldi, così quando ho scoperto che faceva polizze false mi è sembrata l’occasione giusta per minacciarlo, lui ha capito quasi subito che ero io così gli ho dato appuntamento per costringerlo a pagarmi, avevo alcune delle polizze che aveva creato per cui non mi sarebbe stato difficile farlo licenziare o addirittura denunciarlo”- “ e poi cosa è successo?”- “ ci dovevamo vedere alle dieci fuori al suo palazzo ma lui non si è presentato, l’ho aspettato per un po’ ma non è arrivato così me ne sono andato”- “ te ne sei andato, interessante e dove ?”- “ a casa mia, ero stanco e sono andato a dormire”- “e c’è qualcuno che lo può confermare?”- “no abito solo, però dovete credermi non sono stato io”- “allora perché sei scappato, lo sai che così la tua situazione si è aggravata?”  disse Rosa “lo so ma era evidente che avreste sospettato di me, ho solo avuto paura”- “ va bene adesso portiamolo via”- “mi raccomando”continuò Becca: “tratteniamolo e cerchiamo tra i vicini di casa se qualcuno conferma la sua versione”-“tu pensi sia stato lui?” domandò Rosa con un’aria un po’ scettica: “onestamente non credo, ma per il momento è l’unico sospettato che abbiamo anche se non mi sembra proprio un assassino, adesso però vai a casa, stare tutta la notte al pc ti avrà stancata molto”- “grazie, allora ci vediamo più tardi”.
Non era stato semplice per Rosa trovare un appartamento in affitto nella zona circostante il commissariato, ma dopo svariati tentativi  era riuscita a trovarlo in un carino condominio; prese l’ascensore e arrivò al secondo piano, stava per inserire la chiave nella toppa quando un foglietto a terra attirò la sua attenzione: “so cosa hai fatto” ;erano poche parole scritte al computer ma bastarono per sconvolgerla, riuscì a stento ad entrare in casa ma si accasciò a terra spaventata, non poteva credere che qualcuno avesse scoperto il suo segreto.

CAPITOLO 9

L’orologio aveva le lancette ferme sulle quattro del mattino ma non riusciva a dormire; una mezza giornata non era bastata per metabolizzare quello che aveva letto su quel foglietto, non era semplice accettare di dover condividere con una persona sconosciuta quello che aveva cercato di nascondere da anni e, soprattutto che pensava di avere sepolto per sempre in un piccolo angolo della sua memoria; invece non era andata così: qualcuno sapeva tutto ma chi?
Il cellulare la distolse dai suoi pensieri e la riportò nel mondo reale: “pronto Rosa, c’è stato un altro omicidio, siamo nel parco giochi vicino al Policlinico, arriva appena puoi” la voce di Becca era molto preoccupata e non preannunciava nulla di buono ma almeno le permetteva, nonostante non fosse proprio il momento giusto, di non pensare ai suoi innumerevoli problemi.
“Un’altra vittima e uguale modalità” disse Becca osservando il cadavere riverso su una panchina con il medico legale inginocchiato accanto: “la morte risale ad un paio di ore fa, e sembra proprio avere subìto lo stesso trattamento dell’altra vittima” disse Paolo; “il suo nome è Attilio Farelli, ed è un medico, del Policlinico” disse Berti osservando i suoi documenti: “dal portafoglio non mancano soldi proprio come l’altra volta e il netturbino che ha trovato il cadavere ha detto che non ha visto nessuno, come al solito”- “questo significa che Nicola è innocente e che ci troviamo di fronte ad un serial killer, mi raccomando, discrezione”.
“Becca, c’è un’altra cosa che li accomuna: guarda qui, il tatuaggio,un piccolo tre questa volta sul lato interno del polso”- “allora è questo elemento che accomuna le due vittime” a parlare era stata una ragazza, minuta e dagli occhi scuri: “avevo detto di non far passare la stampa, Criari ma mi ascolti quando parlo?” Becca lo cercava con la voce ma nessuno sembrava ascoltarla: “non sono della stampa e nemmeno una curiosa, mi ciamo Erika Nautieri e sono una criminologa, sono qui per seguirvi e fare una sorta di tirocinio con voi, nessuno vi ha avvertito?” – “a quanto pare no, comunque piacere mi chiamo Rebecca Rasta, ma se vuoi puoi chiamarmi Becca, allora benvenuta tra noi, effettivamente questo è il tatuaggio che era presente anche sulla precedente vittima, a questo punto è ovvio che abbia un significato”- “non è stato fatto di recente, comunque ve lo devo dire, in questo commissariato siete proprio tutte belle” Paolo era un cascamorto e non faceva nulla per nasconderlo ma aveva suscitato la curiosità di Beccca.
“Si può sapere chi è questa ragazza?”disse rivolgendosi in disparte verso Berti: “lo so commissario mi scusi ma si è trattato di una mia dimenticanza: il giudice Carrara ha chiamato al commissariato cercandola e via fax è arrivato un fascicolo su questa ragazza ma con tutto quello che è successo non l’ho avvertita”- “va bene non ti preoccupare, però la prossima volta fai più attenzione non è bello fare la figura della cretina davanti ad altre persone”- “sì mi scusi ancora commissario”.
“Allora ti chiamo non appena ho finito l’autopsia” disse Paolo “sì ma mi raccomando”- “la farò subito non ti preoccupare” continuò senza darle il tempo di finire la frase, nonostante si conoscessero da poco aveva capito bene come fosse fatta.
“Scusa il ritardo, ho avuto dei problemi con l’auto” disse Rosa correndole incontro: “non ti preoccupare, hai un viso pallidissimo, se non ti sentivi bene potevi dirmelo al telefono, non ti avrei fatta venire”- “non ti preoccupare sto bene, sarà un po’ di influenza, comunque a quanto pare è da escludere ogni pista precedente”- “sì, proprio così, la storia delle polizze non credo c’entri con quest’altro omicidio, comunque cercheremo di trovare qualsiasi elemento che li accomuni, oltre al tatuaggio”- “il tre?”- “sì, lo aveva anche lui, sul polso, per cui anche se la parte del corpo è diversa, il significato può essere lo stesso”- “ e quella ragazza chi è?” disse Rosa guardando Erika: “è una criminologa, a quanto pare il giudice Carrara ce l’ha raccomandata per farle fare una sorta di tirocinio con noi”- “ah capisco”,  Rosa odiava i raccomandati, nella sua vita ne aveva visto passare davanti a sé talmente tanti che era allergica anche al loro odore.
Era stato davanti a lei per alcuni giorni quel fascicolo bianco e non se ne era accorta fino a quella mattina; sedutasi alla  scrivania cominciò a sfogliarlo lentamente per scoprire qualcosa di più su quella ragazza dall’occhio vispo che, molto probabilmente era anche una brava criminologa; laureata con 110 e lode e con alle spalle, nonostante la sua giovane età, un curriculum di tutto rispetto; “commissario” la sua voce, bussando alla porta la riportò alla realtà: “volevo chiederle scusa se ho invaso la scena del crimine ma pensavo fosse al corrente del mio arrivo, anche se a quanto pare non è così”- “non ti preoccupare, accomodati, allora da quanto tempo conosci il giudice Carrarara?”- “da molti anni ormai”- “allora che mi dici del caso, che idea ti sei fatta?”- “mi sono fatta dare il fascicolo sull’omicidio precedente,e ci sono molti punti che li accomunano, una cosa  ha attirato la mia attenzione: il fatto che il corpo fosse riverso sulla panchina di un parco giochi  potrebbe avere a che fare con l’infanzia, a me almeno ha dato questa impressione, nonostante sia vicino a luoghi dove loro avevano legami, non penso che sia solo una coincidenza e poi, come sappiamo, li ha portati di proposito”- “forse hai ragione e poi adesso come adesso ogni pista può essere quella giusta”.
“Commissario, abbiamo fatto le ricerche che ci ha chiesto, anche  se non è emerso  nulla di interessante: non aveva precedenti, stiamo cercando di contattare qualcuno della famiglia”- “ottimo lavoro, chiama Berti e mandalo al suo appartamento mentre noi andiamo in ospedale, forse saprnno dirci qualcosa di più sul suo conto, Erika vieni con noi?”- “certo”.
“Il Dottor Farelli era un uomo meraviglioso” disse l’infermiera Cassella, sua assistente da anni, trattenendo le lacrime: “non è giusto che sia finita così la sua vita, ha curato talmente tanti bambini, qui tutti lo adorano”- “e sapete qualcosa sulla sua vita privata? Che tipo era?”- “sua moglie era morta per un incidente un anno fa, erano sposati solo da sei anni, nessuno se lo aspettava, è stata una cosa improvvisa però, nonostante tutto quello che ha passato Il dottore è tornato a lavoro quasi subito, i suoi piccoli pazienti avevano bisogno di lui”- “di cosa si occupava precisamente?”- “era un cardiologo pediatrico e i suoi bambini non potevano stare a lungo senza la sua amorevole assistenza”- “ e con i genitori dei pazienti i rapporti come erano?”- “buoni anche con loro, anche se a pensarci bene, qualche giorno fa c’è stato un litigio un po’ violento con il padre del piccolo Antonio”- “e cosa è successo precisamente?”- “il bambino soffriva di una malformazione cardiaca molto forte, il dottore lo aveva operato una settimana fa ma il piccolo si è aggravato nonostante l’intervento sia riuscito per cui si trova ancora oggi sotto osservazione, il Dott Attilio cercava di fargli capire che non dipendeva da lui ma il signor Antonio non voleva sentire ragioni, furono costretti a portarlo di forza fuori dall’ospedale”- “capisco e il cognome quale era?”-“l’ho segnato proprio qui, ecco: Antonio Saraga,il bambino si trova nella stanza numero quindici, di sicuro lo troverete lì, arriva ogni mattina presto per stare vicino a suo figlio”- “grazie ci è stato di enorme aiuto”.
La vetrata che permetteva di vedere il piccolo letto con il bambino steso e i due genitori affianco, non sembrava in alcun modo mostrare lo spettacolo di un possibile assassino che dopo un omicidio era tornato al capezzale del figlioletto come se nulla fosse: “Io non c’entro nulla con la sua morte” disse rivolgendosi a loro in maniera adirata mentre stava slacciando la mascherina ed il camice: ”è vero che ho cercato di colpirlo però è finita lì, lui doveva guarire mio figlio, perché mai avrei dovuto ucciderlo?”- “non stiamo accusandola di nulla ma dobbiamo essere certi di poterla escludere dalle indagini, dove si trovava stanotte dall’una alle quattro?”- “ero a letto ovviamente”- “ e c’è qualcuno che possa confermarlo?”- “non credo, mia moglie è rimasta in ospedale e io sono tornato a casa intorno a mezzanotte, forse qualche vicino mi ha sentito rientrare ma non ne sono sicuro”- “va bene verificheremo, grazie e stia tranquillo, suo figlio guarirà presto” disse Becca, non sapendo in realtà quale fosse l’atteggiamento più giusto da usare in una situazione simile.


CAPITOLO 10

“E’ una pista da escludere a priori quella della lite, un uomo con un problema del genere non si mette certamente ad uccidere due persone senza alcun motivo, anche ammettendo che avesse dei rancori verso Attilio non ha alcun legame con la prima vittima,” disse Becca mentre uscivano dall’ospedale: “hai perfettamente ragione, l’unica cosa da fare è una ricerca incrociata tra Attilio Farelli e Errico Siriano e cercare qualche legame tra loro”.
“Pronto, sì Berti dimmi” il volto di Becca cambiò espressione e si fece cupo nell’ascoltare ciò che gli venne detto dall’altro capo del telefono: “andiamo a casa di Attilio Farelli, probabilmente abbiamo trovato la pista giusta”. L’appartamento era disposto su due piani collegati da una piccola scala a chiocciola: “allora cosa avete trovato?” non ci fu nemmeno bisogno di ricevere una risposta che davanti ai suoi occhi si aprì una parete ricoperta di vecchi articoli di giornale: “cosa sono?”- “sono pezzi sull’incidente che ha ucciso sua moglie: un pirata della strada l’ha travolta appena uscita di casa, ma a quanto pare non sono stati trovati colpevoli, anche se ovviamente lo verificheremo” disse Criari: “ bene,  controllate i tabulati telfonici, se ha compiuto delle indagini parallele a qualcuno lo avrà pur detto, e contattate chi si è occupato del caso, noi andiamo al commissariato”.
Rosa era seduta sulla poltrona del suo ufficio e pensava a quel biglietto, un suo amico della scientifica le aveva promesso che avrebbe cercato discretamente se ci fossero state impronte e lei sperava di trovare qualche informazione in più su chi le avesse potuto fare questo; ciò che maggiormente la preoccupava era però il doversi occupare dei casi senza dare alcun tipo di sospetto, non ci sarebbe voluto molto per far capire a Becca che qualcosa non andava: doveva assolutamente staccarsi dai suoi problemi e dedicarsi anima e corpo al lavoro.
“Rosa finalmente ti ho trovata, ma dove eri finita?” disse Becca entrando nel suo ufficio: “scusa ma avevo un mal di testa fortissimo e sono venuta direttamente in commissariato, ci sono novità?”- “ sì in effetti nell’appartamento di Farelli abbiamo scoperto che ad uccidere sua moglie in un incidente d’auto è stato un pirata della strada, le sue indagini forse lo hanno portato a scoprire il colpevole che poi lo ha ammazzato, anche se questo non spega il precedente omicidio, il referto del medico legale è chiaro: le due vittime sono state uccise nello stesso identico modo, però bisogna ancora capire cosa li accomunava”- “capisco, scusa se mi sono allontanata dalla scena del crimine”- ”ma dai figurati, dopotutto ti ho sempre svegliato nel sonno, che vuoi fare il fatto che io dorma poco mi porta a pensare che tutti soffrano d’insonnia come me”.
“Commissario, ispettore, abbiamo trovato cose interessanti su Attilio e sua moglie: Elena Luciani, morta a 33 anni, era sposata precedentemente con un certo Simone Stano, uno con la fedina penale molto sporca, arrestato per violenza domestica, percosse, insomma una bella sfilza di reati; i due avevano divorziato e lei aveva ottenuto una sentenza restrittiva dal tribunale più volte violata dallo stesso, nel database abbiamo trovato il suo indirizzo, forse la vittima aveva scoperto che era stato lui ad uccidere sua moglie e ha pensato di farsi giustizia da solo; inoltre abbiamo contattato chi si occupò del caso in questione: dalle tracce di frenata sull’asfalto si risalì alla macchina ma era rubata e le seguenti ricerche non portarono a nulla di interessante”- “ottimo lavoro, andiamo da questo tipo, ha molte cose da raccontarci, intanto cercate qualche collegamento con la prima vittima e tenetemi aggiornata”.
Una macchina della polizia che giunge in uno dei tanti sobborghi romani desta sempre l’attenzione di chi ha qualcosa da nascondere, gli occhi delle persone, nascoste dietro le tendine dei loro appartamenti, osservano indisturbati una scena che spesso appare ai loro occhi nella quotidianità; la casa di Simone Stano era disposta su un piano rialzato, priva di balconi e con una finestra che dava sul cortile interno, popolato spesso da cani randagi: “polizia, signor Stano, ci apra”- un uomo sulla quarantina, con due occhi neri come il carbone, fisico appesantito e capelli brizzolati aprì la porta con un pantaloncino corto e lo sguardo assonnato: “che volete da me, io non ho fatto nulla” disse, ancora frastornato: “lo verificheremo, non si preoccupi, ci possiamo accomodare o restiamo sulla porta?” il monolocale che li accolse non era tenuto in ordine e sul tavolo c’era ancora la cena del giorno precedente: “allora ha saputo la notizia o non ha avuto ancora modo di aprire i giornali?” disse Becca in tono ironico: “di che notizia parlate, non capisco”- “il suo rivale in amore, Attilio Farelli quello che lo ossessionava dicendole che aveva ucciso sua moglie, che poi era anche la sua ex moglie, questa notte è stato trovato morto, riverso su una panchina, completamente ricoperto di lesioni, lei non ne sa nulla”-“ ma se io non sapevo nemmeno che fosse morto, sentite io non ho ucciso né lui e soprattutto non ho ucciso Elena, sì è vero che quando stavamo insieme qualche volta l’ho picchiata ma non avrei mai potuto ammazzarla, la amavo troppo e anche se non le ho mai perdonato la separazione, e la sentenza che come sicuramente saprete ho violato tante volte,  non l’ho uccisa”- “ma Attilio non la pensava così, forse la ossessionava continuamente con le sue accuse e lei non ce l’ha fatta più”- “assolutamente no, ve l’ho detto, sì è vero che lui veniva continuamente da me per costringermi a confessare quello che non avevo fatto, ma io continuavo a ripetergli che non avevo ucciso Elena, ecco tutto”- “quando l’ha visto l’ultima volta?” – “ieri mattina, era venuto da me per parlarmi, mi aveva detto che aveva finalmente scoperto la verità, mi ha addirittura chiesto scusa per tutto quello che aveva fatto fino ad oggi”- “ e lei crede che noi ci beviamo la sua versione?”- “lo so che vi sembra impossibile credermi, anche per me lo è stato però è andata così “- “e cosa le avrebbe raccontato?”- “ non mi ha detto il nome dell’assassino però continuava a dirmi che aveva scoperto tutto”  intervenne Rosa: “come può pensare che noi crediamo ad una versione così assurda? Una persona che le ha fatto guerra per un anno, all’improvviso cambia idea e guarda caso, muore la sera stessa, una coincidenza eccessiva”.
“Pronto Criari, grazie” il viso di Becca sembrava molto soddisfatto per quello che aveva appena ascoltato: “e così, sempre per caso, lei conosce anche il signor Errico Siriano, una bella coincidenza anche questa, dal momento che è morto anche lui, mi hanno appena comunicato che lei era uno dei suoi clienti speciali, e che negli ultimi mesi aveva ottenuto una polizza assicurativa falsa”- “questo purtroppo è vero, dopo la morte di mia moglie ho ripreso a bere e così mi era stato impedito di guidare ma io, attraverso Errico sono riuscito a farmi aprire una polizza, insomma  avrei potuto usare la macchina per andare a lavoro, ma dopo l’affare che abbiamo concluso e i soldi che gli ho dato, non l’ho visto più”- “vede qual è il problema? Lei conosce troppe persone che non dovrebbe conoscere e fa cose che non dovrebbe fare, portatelo via”.
“Mi raccomando chiediamo il permesso per ispezionare l’appartamento, Sala, tu interroga i vicini e cerca di verificare che ieri Farelli è stato qui, cerchiamo di scprire qualcosa di interessante, anche se, nel caso fosse vero quello che ci ha raccontato, il possibile uccisore del dottore potrebbe essere il pirata della strada, voi continuate a raccogliere tutto quello che riguarda la morte di Elena Luciani, se qualcosa di strano c’è, deve saltare fuori al più presto”.

CAPITOLO 11

“Allora ci sono novità?” disse Becca rivolgendosi a Berti: “ la casa è stata ispezionata ma non abbiamo trovato nulla che possa collegare Stano all’omicidio di Farelli e poi la storia che ha raccontato su di lui è vera, una vicina l’ha visto uscire più o meno all’orario che ha detto, quindi realmente è andato a casa sua ed  è tornato con le sue gambe, sul dottore  poi non abbiamo scoperto nulla di interessante, i genitori sono morti tre anni fa ed era figlio unico, non sembra esserci molto sul suo conto che possa dare motivazioni valide per essere ucciso in quel modo ed anche collegamenti tra lui e Siriano non ne sono stati trovati, buio pesto, però c’è qualcosa su Elena, aveva una sorella, l’abbiamo convocata ed a momenti sarà qui”- “perfetto, e sui tabulati telefonici?”- “le ultime chiamate che sono state fatte e ricevute non hanno nulla di strano però c’è un messaggio: sappiamo chi ha ucciso tua moglie; proviene da una cabina telefonica vicino all’ospedale ed è stata usata una carta prepagata, nulla che ci faccia risalire al mittente”- “non importa, è pur sempre qualcosa, bisogna cercare di capire chi sapesse la verità e perché sia emerso soltanto adesso”.
Rosa, appariva  confusa e non sembrava riuscire a concentrarsi su quello che stava accadendo, cosa che non lasciò indifferente Becca:  “ma cos’hai Rosa? Sembri strana, vuoi tornare a casa forse?”- “no non ti preoccupare, sto bene, sono solo un po’ influenzata ma nulla di grave”- “ok ma torna a casa non ti preoccupare ce la caviamo benissimo”- “se posso permettermi di interrompervi”disse Erika: “ho fatto una piccola ricerca su Elena Luciani, faceva la psicologa ed era anche molto brava nel suo lavoro, forse la causa della sua morte è da ricercare proprio lì, non sarebbe la prima volta che succede”- “ottimo lavoro, complimenti, il tuo arrivo è stata una importante novità, ringrazierò al più presto Carrara” .
Rosa intanto aveva accettato l’offerta di Becca e si preparava a tornare a casa, sperava senza trovare qualche altra sorpresa ma all’improvviso il cellulare che aveva nella tasca del jeans cominciò a squillare e un nodo in gola le bloccò il respiro: “pronto, sì”- parlava faticosamente: “ah Carlo sei tu, dimmi”- “volevo dirti che ho analizzato il foglio ma non ci sono impronte né alcun tipo di residuo organico o indizio utile a scoprire l’identità dell’autore, mi dispiace, ma posso fare qualcos’altro per te?”- “non ti preoccupare, hai già fatto tantissimo, grazie”; questa era la peggiore notizia che poteva ricevere ma non la lasciava sorpresa più di tanto: era ovvio che non avesse lasciato tracce, di sicuro chiunque fosse stato, non era uno sprovveduto.
Bianca Luciani era una donna sui quarant’anni, bella ed elegante, dallo sguardo dolce: “ grazie di essere venuta, avrà saputo di suo cognato” esordì Becca “sì ho saputo e non me ne capacito, è assurdo che sia successo di nuovo”- “in che senso?”- “anche mia sorella era stata uccisa, la storia del pirata della strada era una bufala ma nessuno ci ha creduto”- “ci racconti  tutto per bene”- “Elena era una psicologa molto brava, dopo la separazione dal marito si era dedicata completamente ai suoi pazienti, però era  troppo coinvolta e io lo sapevo che prima o poi sarebbe successo”- “ma suo cognato era convinto che fosse stato Simone Stano ad uccidere Elena, almeno a noi così risulta”- “sì  lo odiava ed aveva anche delle ottime ragioni per pensare che fosse stato lui ma io glielo dicevo continuamente che non era così, Simone amava Elena e non la avrebbe mai uccisa, il suo problema era l’alcol ma non sarebbe mai arrivato a compiere una cosa così premeditata”- “ e lei come può dire che fosse organizzato?”- “Elena mi raccontò di una macchina che la seguiva, non mi disse come fosse fatta o qualcosa in più però mi disse che aveva paura”- “e Attilio lo sapeva?”- “sì ma era fissato con l’ex marito, non guardava oltre, sembrava avesse i paraocchi, io le avevo consigliato di denunciare il tutto alla polizia ma lei non mi volle dare ascolto ed ecco cosa le è successo” e si interruppe mentre le lacrime le scorrevano sul viso: “capisco quanto possa farle male riaprire queste ferite però vede noi vogliamo capire cosa sia successo realmente, lei ci ha detto che si faceva coinvolgere troppo dai suoi pazienti, quindi secondo lei l’assassino potrebbe essere tra loro?”- “io credo di sì, quando mi vennero consegnati i suo effetti personali, e quando svuotammo il suo ufficio, Attilio lasciò a me la sua agenda, ma non mi sembrava ci fosse nulla di particolare per cui la conservai come uno dei tanti ricordi, tanto sapevo che il caso era stato archiviato come incidente, e che nessuno lo avrebbe riaperto solo per una mia supposizione, non avevo prove”- “verificheremo noi se queste prove adesso ci sono o meno, Criari accompagni la signora a casa e prendi questa agenda,  le prometto che cercheremo assolutamente di trovare la verità”.
“Cerchiamo tutti i particolari sul caso, se c’era qualche testimone, e cosa è emerso dalle indagini, non posso credere che un caso di omicidio sia stato scambiato per un semplice incidente casuale, comunque ti devo fare i miei complimenti Erika, avevi ragione a voler seguire quella pista”- “ho soltanto seguito il mio istinto, dopotutto nel fare la criminologa questa caratteristica è essenziale”- “e tu la hai molto sviluppata, ma come mai hai deciso di dedicarti a fare questo nella vita?”- “mi ha sempre appassionato, indagare, ma soprattutto riuscire a scoprire la mente dell’assassino, a me non basta trovare il colpevole, è per questo che non avrei mai fatto la poliziotta, con tutto il rispetto che ho per loro,  lo vedo un ruolo freddo, a me invece interessa capire cosa può spingere una persona a compiere un gesto così crudele; fino ad oggi ho sempre trovato un riscontro nel passato, c’entra in ogni occasione”- “non hai torto, il 99% dei casi affonda le sue radici nel passato, solo che non sempre è così facile riuscire a trovarle, e comunque è anche grazie a questa necessità che ci siete voi”- “e sì hai proprio ragione, comunque mi auguro davvero che dall’agenda di Elena emerga qualcosa di interessante, sono convinta che sia stato qualcuno dei suoi pazienti, spesso hanno qualcosa da nascondere o a volte instaurano un rapporto quasi morboso con il proprio psicologo, non è così strano pensare che uno di loro l’abbia uccisa”- “il punto è che qui non stiamo parlando solo di un caso di omicidio, ci sono tre persone decedute, e due di loro sono accomunate dalla dinamica, solo che non è facile capire cosa leghi tutte e tre le vittime, adesso vado a fare una ricerca tra i vecchi interrogatori fatti, speriamo emerga qualcosa”.
Dalle documentazioni pervenute sulla sua scrivania non sembrava uscire nulla di interessante: i testimoni che erano stati chiamati avevano solo visto un’auto blu, sportiva che correva all’impazzata, e la povera donna travolta senza pietà, e soprattutto senza essere soccorsa; c’era però una dichiarazione fatta da un uomo, un certo Andrea Carnieri, che diceva di un’auto sportiva e blu ma anche che, inizialmente era  ferma sul ciglio della strada e che solo in un secondo momento aveva  accelerato e travolto Elena.
“Questo poteva essere un testimone importante  e non è stato preso in considerazione” pensava tra sé osservando attentamente i fogli che si trovava davanti: “ha ancora il negozio allo stesso posto, verificheremo che la pensi ancora allo stesso modo, Berti andiamo subito a Trastevere”.

CAPITOLO 12

Becca non aveva dubbi: quel testimone era importante  ma non riusciva a capire per quale ragione non fosse stato preso in considerazione durante le indagini precedenti, come ancora più strano era il perché quell’agenda non fosse stata usata come prova ma, dopotutto non era la prima né l’ultima cosa strana di tutta quella storia.
Il negozio di tabacchi che affacciava sulla strada era situato di fronte alla palazzina dove abitava la povera signora Luciani ed era evidente che la visuale fosse ottima per vedere cosa era accaduto quel giorno: “Signor Carnieri? Siamo della polizia, avremmo bisogno di farle alcune domande sul caso della signora Luciani, se lo ricorda? Andrea era un po’ sconvolto, certamente tutto si poteva aspettare ma non di ritornare su una vecchia testimonianza che tra l’altro non era nemmeno  stata così importante, tuttavia asserì  aspettando la domanda: “Noi sappiamo che all’epoca dei fatti lei vide una macchina ferma sul ciglio della strada giusto? E notò anche qualcosa nella persona che guidava, mi corregga se sbaglio”- “non sbaglia è così, notai la macchina perché era grande e sportiva ed era stranamente ferma da una decina di minuti, ma l’autista non uscì nemmeno per un secondo, quindi non sembrava si trattasse di una fermata di emergenza, poi all’improvviso partì, ed anche ad alta velocità, e dopo sentii le grida di una donna e delle persone intorno e scoprii cosa fosse accaduto ma quando uscii dal negozio l’auto era sparita, mi porterò sempre dentro il rimorso di non aver preso il  numero di targa ma non potevo immaginare” e la voce si bloccò in gola: “lei non è responsabile di quello che è successo” cercò di consolarlo Becca: “la colpa è di quell’assassino che l’ha investita, piuttosto lei disse di avere notato qualcosa in lui, prima di tutto che era un uomo”- “precisamente notai un abito elegante, però mi colpì un anello che spiccava sul dito medio, era molto appariscente, con una pietra, però non so dire altro, il sole non mi faceva vedere bene”- “non si preoccupi ci ha già detto molto, grazie comunque per la sua disponibilità”.
Tornata al commissariato Becca si ritrovò sulla scrivania l’agenda di Elena: l’elenco ed i particolari dei pazienti erano molti e non sembrava semplice riuscire ad identificare tra loro la figura di un assassino, per questo cercò l’aiuto di Erika che appena chiamata entrò nel suo ufficio: “dimmi Becca ci sono novità?”- “volevo vedere se tu ci riesci a capire qualcosa, perché questa agenda mi sembra un labirinto di particolari però non riesco ad identificarne qualcuno che risalti rispetto agli altri, ho già dato i nominativi a Berti e spero di trovare qualcosa di interessante ma se tu ci vedi o ci leggi qualcosa tra le righe”- “guarda l’unica csa che noto nell’osservare queste pagine è che si sofferma molto su due persone, anche se onestamente non so se sia dovuto ad una maggiore frequenza di appuntamenti tra loro o semplicemente ad una forte attenzione nei loro riguardi”- “da qualcosa dobbiamo pur cominciare quindi magari se mi dai questi nominativi, cominceremo da loro, vedi che ho fatto bene a convocarti?”
I nomi erano Franca Torio e Alberto Simonetti, due persone molto diverse tra loro ma che spesso erano nello studio della dottoressa Luciani, almeno a quanto sembrava dai suoi appunti.
Franca Torio era un’ avvocatessa, separata e con due figli a carico, una situazione disastrata alle spalle ed un gran bisogno di parlare con qualcuno che potesse aiutarla: “Quando ho saputo della morte di Elena mi sono sentita malissimo, per me era più che una  terapista, era una parte importantissima della mia vita, mi sono sentita persa” disse Franca, quasi con le lacrime agli occhi. Nella sua vita lavorativa era uno squalo del foro ma altrettanto fragile in quella privata. Era passato troppo tempo per ricordare dove si trovasse all’epoca dell’omicidio ma lei affermò di avere appreso la notizia in un bar del tribunale.
“ Non ha certo la faccia dell’assassina e poi onestamente, la adorava troppo per ucciderla” disse Erika mentre andavano verso la macchina: “ appunto, non lo penso nemmeno io, tuttavia non ha comunque un alibi per l’ora in questione, adesso tocca ad Alberto Simonetti, è un ricco imprenditore, a quest’ora si trova sicuramente nella sua azienda”. La Simonetti Agency si occupava di import export: “Sembra proprio un’azienda bene avviata” disse Becca entrando; “Allora in cosa posso esservi utile” Albero Simonetti venne loro incontro: era alto quasi due metri, ed aveva un bel fisico asciutto e due occhi chiari e luminosi: “ venite accomodatevi nel mio ufficio”; la stanza era molto grande e alle pareti aveva affissi diplomi, qualifiche e via dicendo ed anche uno stemma della famiglia: i Simonetti erano una famiglia molto importante e tutto lo dava a vedere: “Effettivamente mi colpì molto all’epoca quello che successe alla povera dottoressa Luciani” esordì Alberto con una voce quasi impostata: “io ero a lavoro come sempre e per caso accesi la televisione, la notizia della sua morte l’ho appresa così, del resto investimenti ad opera di pirati della strada hanno sempre un primo piano nella cronaca”- “lei andava spesso in terapia” disse Becca “sì, in effetti quello era un periodo difficile per me, avevo divorziato da poco e l’azienda aveva seri problemi, quindi parlarne con lei mi aiutava ad affrontare il tutto”- “ e non ci sono mai stati degli screzi tra voi?”- “assolutamente no, perché avrei dovuto avere degli screzi con lei? Era una donna meravigliosa e mi stava aiutando, non capisco”. A quelle affermazioni non era certamente preparato, sembrava cadere dalle nuvole: “ma si può sapere cosa volete da me? Mi avete chiesto troppe cose, per trattarsi solo di un incidente d’auto”- “infatti noi non pensiamo si tratti di un incidente, abbiamo ragione di credere che si sia trattato di omicidio volontario”- “ questo cambia tutto, e chi pensate abbia potuto fare questo?”- “ è quello che stiamo cercando di scoprire, nell’ultimo periodo lei come appariva? Era agitata?”- “a me sembrava uguale a sempre” l’interrogatorio non sembrava portare a nulla di importante ma poi lo sguardo di Erika venne colpito da una foto che mostrò anche a Becca: “molto belli, sono i suoi figli?” questa la domanda apparente ma dietro era evidente che stesse facendo osservare alla collega la presenza di un anello, molto prezioso, che portava al dito medio”- “sì, sono i miei bambini, i miei tesori”.
Uscirono dall’ufficio con una sola convinzione. L’assassino era lui ma bisognava dimostrarlo; “ Mi raccomando fate un’accurata ricerca su di lui, voglio sapere tutto” Becca era stata categorica, non bisognava perdere altro tempo.
Rosa era seduta sul divano e pensava a tutto quello che era successo in pochi giorni, ed al fatto che non avrebbe potuto nascondersi per sempre, prima o poi sarebbe dovuta tornare a lavoro ed affrontare tutto; la sua mente però vagava e tornava indietro nel tempo, a quando era solo una ragazzina, quelle mani avide di lei, il suo corpo buttato a terra e quell’oggetto tra le mani, era bastato un solo colpo per ucciderlo e la sua vita era cambiata per sempre ed ora un’altra persona lo sapeva; non era bastato nascondere tutto e far credere si trattasse una semplice rapina, la verità stava uscendo fuori.

CAPITOLO 13

Bisognava scoprire tutto di Alberto Simonetti, un uomo del genere non poteva assolutamente essere pulito al cento per cento di sicuro aveva qualche scheletro nell’armadio che aveva tentato di nascondere, ma bisognava capire quale fosse e soprattutto che genere di legame ci fosse con la povera Elena, una semplice psicologa che cercava di fare il suo lavoro al meglio.
L’orologio davanti a lei scorreva sui secondi, poi sui minuti e sulle ore ma non riusciva a cavare un ragno dal buco come si suol dire e sulla sua porta nessuno bussava per darle qualche bella notizia; improvvisamente però sentì delle dita che leggermente la sfiorarono: “E’ permesso” Erika entrò con la solita attenzione e delicatezza ma di certo non poteva avere lei quello che Becca aspettava con tanta ansia.
“Ho fatto qualche ricerca sull’azienda di Simonetti, la storia che ci ha raccontato della crisi che viveva nel periodo della morte di Elena è vera ma il caro Alberto non ci ha spiegato le origini di tali problemi”- “cioè?” chiese Becca incuriosita “cioè, c’era una indagine in corso per riciclaggio di denaro sporco che lo vedeva coinvolto in prima persona, le accuse sono poi cadute ma recuperare credibilità verso i clienti non è stata una cosa molto semplice”- “potrebbe essere che il caro Simonetti abbia fatto qualcosa o abbia raccontato qualcosa direttamente a lei, e quest’ultima avesse intenzione di raccontarlo, dopotutto non sarebbe la prima volta”.
“Tutto sta nel dimostrarlo e non penso sia una cosa facilissima, soprattutto quando una persona torna ad essere pulita come se nulla fosse” disse Erika un po’ preoccupata “volevo poi dirti un’altra cosa, leggendo l’agenda ho notato un’altra ragazza, si chiama Alessia, e da quanto appare tra gli appunti, penso abbia subito violenze, con Elena si stava creando un forte legame, potrebbe portarci da qualche parte, abita in Via Lucrezi, potremmo farle una visitina, che dici?”- “dico che è un’idea interessante, dopotutto ogni indizio in più potrebbe aiutarci”.
Alessia Vinardi era una ragazza di 25 anni molto bella con due occhi azzurri e grandi con una forte luce che circondava la sua persona; il suo sguardo divenne molto triste quando scoprì la natura di quella visita: “Sapete pensavo che col tempo quella storia me la sarei lasciata alle spalle e devo dire, soprattutto dopo la morte di Elena, ma a quanto pare non è così, dal passato non si fugge”- “Vedi Alessia noi non siamo qui per farti ricordare quei brutti momenti ma solo per capire se tu possa sapere qualcosa sulla morte di Elena, sappiamo quanto tu fossi legata a lei, da quanto abbiamo letto stavi facendo dei progressi”- “sì è vero è grazie a lei se adesso sto bene, mi sono ripresa da quello che ho passato, dopotutto sono riuscita a far uscire tutto il marcio che avevo dentro, e stavo cominciando a ricordare anche chi mi aveva violentata”- “cosa? Puoi spiegarti meglio?”- “quando venni violentata non riuscii a fare un identikit dell’uomo che mi aveva aggredito, mi sembrava una nube nera davanti agli occhi ma poi pian piano grazie alle sedute con Elena quella nebbia si stava dissolvendo e stavo cominciando a ricordare qualche particolare che mi riconducesse a lui”- “ e come mai non hai parlato con la polizia?”- “perché non avevo ancora degli elementi determinanti, ricordavo soltanto una camicia con un simbolo, un tulipano rosso, e due occhi azzurri e poi non mi ricordo più nulla, solo che quella cosa sembrava avere attirato la sua attenzione”- “di Elena?” intervenne Becca “sì di Elena, quando glielo dissi mi sembrò stranita, ma non so se fosse per questo o per un’altra ragione”- “e non ricordavi più nulla di lui?”- “no onestamente no, poi dopo quella volta gli appuntamenti con Elena si sono diradati, e poi è successo quello che sapete e che a quanto pare non è stato un incidente”- “va bene grazie per la tua disponibilità”.
Tra Becca ed Erika ormai uno sguardo bastava più di mille parole, entrambe collegavano le parole della ragazza con la figura di Alberto, se la ragione della morte di Elena non era da ricollegarsi alla sua azienda allora doveva per forza entrare qualcosa nella violenza della ragazza; tutto però doveva essere dimostrato, sospettarlo non sarebbe bastato a farlo andare in galera. Ora come ora tutto poteva essere utile come tutto poteva non esserlo; poi quando arrivò in ufficio, Berti le venne incontro con in mano un foglio che dal suo sguardo sembrava essere importante.
“Commissario, il signor Simonetti è stato in cura presso una clinica prima di cominciare a vedere Elena, veniva da una fase dedita ad alcol e droga, poi sembra che ne sia uscito completamente ma a quanto pare aveva ancora bisogno del supporto di una psicologa se continuava ad andare dalla dottoressa”.
Anche se all’apparenza quella notizia poteva non dimostrare nulla in realtà non era del tutto così, perché se Alberto aveva avuto problemi di droga ed alcol, probabilmente avrebbe anche potuto violentare qualcuno durante quel periodo. Se poi quel simbolo della camicia fosse stato collegato a lui, le possibilità aumentavano di netto.
“Senti Berti facciamo una ricerca su camicie sartoriali con il simbolo del tulipano rosso, vedi un po’ quello che trovi, potremmo essere fortunati e vedere chi le fa, magari non si tratta di una marca, anche perché a me non sembra ce ne siano in giro, comunque vedremo cosa uscirà”.
Intanto Rosa era sul letto, molto stanca e debilitata, il suo arrivo nel commissariato doveva essere un passo importante della sua vita, ammirava tantissimo Becca, ne aveva  sentito parlare e sognava di diventare come lei, ma a quanto pare non era scritto nel suo destino di poter vivere serenamente e soprattutto di poter lavorare tranquillamente. Quel semplice bigliettino la aveva completamente sconvolta.
 Piano piano nella sua mente cominciava a farsi nitido quel cielo che lei fino a quel momento aveva voluto oscurare, come se fosse sopraggiunta improvvisamente una eclissi, che durava ormai da più di dieci anni.
 Era sdraiata sul letto in camera sua, leggeva un libro che le aveva comprato suo padre in un mercatino, Dio quanto adorava andare in giro con il suo papà; Aldo, era un famoso dottore ma con lei era semplicemente un eroe, il classico uomo che ti risolve tutti i problemi. Sua madre invece era morta quando lei era molto piccola, un male incurabile che nemmeno il suo papà aveva potuto evitare. Quella sera il padre aveva il turno di notte e lei si annoiava molto quando stava da sola ma dopotutto non poteva fare altrimenti. La loro villetta sorgeva in periferia e la notte faceva un po’ paura ma lei era tranquilla perché da quelle parti non succedeva mai nulla di preoccupante.
Il suono del citofono la ridestò, leggendo si era quasi addormentata, guardò l’orologio, erano le dieci e mezza, un orario un po’ strano per una visita.  La voce che le rispose era quella di Beppe, un amico del padre e anche suo collega di lavoro; con la scusa di avere bisogno di alcuni documenti si introdusse in casa e si fece accompagnare da lei nello studio. Nulla poteva far presagire quello che di lì a poco sarebbe successo. Cominciò ad avvicinarsi a lei, sempre di più riempiendola di complimenti, la accarezzava, la toccava, sembrava  un mostro. Beppe l’aveva cresciuta e lei si fidava di lui, ma sembrava essersi trasformato. Il suo corpo forse era cambiato non era più quello di una bambina e questo probabilmente nella sua mente malata aveva fatto scattare qualcosa di strano. Rosa cercava in ogni modo di scostarlo da lei, si dimenava e provava ad urlare ma sapeva bene che nel posto in cui si trovava nessuno la avrebbe sentita e questo anche lui lo sapeva, poi  la fece salire sulla scrivania, e fu allora che lei ebbe un lampo, lo aveva visto fare anche nei film ma forse non si rendeva nemmeno conto di quello che poteva succedere: prese il tagliacarte dal tavolo e glielo conficcò nelle spalle. Non sapeva cosa poteva essergli successo ma scioccata, si scostò dal suo corpo che rimase accasciato sulla scrivania e si sedette con le ginocchia tra le mani a terra, vicino al mobile vetrato.
Le ore passavano ma lei non se ne rendeva nemmeno conto, poi all’improvviso sentì le chiavi girare nella toppa, e dei passi che si avvicinavano a lei ma non riusciva a muoversi: era suo padre. Non sapeva né poteva immaginare quello che fosse successo ma di una cosa era sicuro: quel corpo doveva sparire. Fece tutto da solo, lei era lì rannicchiata senza parlare, ma l’unica cosa che ricordava era che si risvegliò nel suo letto, con la sua camicia da notte e che quando scese di sotto il padre la aspettava per il pranzo.
Mentre la sua mente si apriva ai ricordi, una telefonata la riportò al presente: “E’ inutile che scappi dalla verità, io so tutto e presto verrai punita per quello che hai fatto”.
La voce era falsata e non poteva immaginare chi fosse ma quelle parole erano chiare e le erano entrate nel cuore come una pugnalata, forse proprio come la stessa pugnalata che lei aveva inferto anni e anni prima.